Rewind: Serres Rally 2017, prepariamoci all’edizione 2018!

l Serres Rally la cosa è diversa, niente quattro ruote, solo moto e la faccenda cambia. Tutto diventa più tecnico, i single track sono parte integrante del tracciato di gara e le insidie numerose. Ho sentito parlare di questo rally da molti piloti, descrivendone le difficoltà che si incontrano ed etichettandolo come particolarmente duro e selettivo. Così, grazie ad Endurista Magazine, mi sono ritrovato catapultato a partecipare e vivere in prima persona questo evento per poi potervelo raccontare.

Sette giorni di gara e 1400 chilometri nel nord della Grecia con una tappa marathon con destinazione Bulgaria, in cui i meccanici non potranno toccare le moto. La gara è strutturata a margherita (cioè ogni giorno si rientra al punto di partenza) con centro di riferimento il fantastico Elpida hotel, dotato di una grande piscina, bar, ristoranti, campi da tennis, spa e tutto l’occorrente per trascorrere in relax i momenti post gara.

Al mio arrivo a Serres trovo già pronto il paddock preparato dal team Pro-Al, la mia Husqvarna mi aspetta e mi rimangono da sistemare le ultime cose per la partenza del giorno dopo. Ore diciannove, ci si ritrova tutti al briefing, dove Dimitris Athanasoulopoulos anticipa quello che andremo a vivere per una settimana; mi guardo attorno ed è fantastico trovarmi in mezzo a “pilotoni” come Svitko, Arana, Klymciw, Pittens e tanti altri mostri sacri del fuoristrada.

I miei compagni di viaggio, Andrea Zambelli e Matteo Mattioli, sono “carichi”, corrono entrambi nella classe 300.

Matteo è alla sua prima esperienza raid, dopo aver agguantato il podio nella classe Sport al Campionato Italiano Motorally, ha deciso di provare l’avventura scegliendo proprio il Serres Rally. Sveglia, colazione, mi preparo e premo il bottoncino magico sulla mia FE450 che ruggisce con arroganza.

Guardo avanti, sono già allo start di questa settimana di gara. La mano del commissario indica il conto alla rovescia, alzo gli occhi, l’imponente portale gonfiabile RedBull rende tutto ancor più figo ed entusiasmante.

Inizia così il mio Serres Rally.
Parto cinquantaquattresimo e davanti a me troverò sicuramente traffico, non voglio esagerare, il prologo serve ad ordinare i piloti in base alle capacità. La polvere è tanta e inizialmente non tutte le note coincidono, bisogna interpretare bene il percorso e capire il metodo utilizzato dal tracciatore per descrivere i bivi, i riferimenti ed i segnali da seguire per la direzione corretta.

Tutto procede liscio, non faccio nessun errore, riesco a comprendere bene il roadbook, il percorso è abbastanza costante, senza situazioni difficili o troppo tecniche, comincio a raggiungere i primi concorrenti che sorpasso senza difficoltà, seppur infastidito dal polverone che spesso nasconde delle insidie.

Arrivo ad un bivio improvviso, abbasso gli occhi sui trip e noto che entrambi indicano che c’è ancora un chilometro da percorrere per raggiungerlo, mi ritrovo confuso. La variazione di percorso che ho davanti non coincide con il chilometraggio segnato dagli strumenti, così mi accorgo che entrambi sono fermi, accidenti, ho perso il magnete posto sul disco anteriore che fa avanzare la strumentazione!

Continuo la mia gara quasi alla cieca, senza sapere quanta strada sto percorrendo, devo mettere ancora più attenzione nella comprensione del roadbook per trovare i bivi corretti e la strada giusta. Fortunatamente ho il traffico degli altri piloti dalla mia e riesco a chiudere il prologo con un buon undicesimo assoluto e sesto nella classe 450.

Il day 2 è caratterizzato da una dura e interminabile tappa da 320 km. Quando si affrontano Speciali così è veramente difficile mantenere la concentrazione costante per tutto il percorso. L’alternarsi di momenti navigati, con zone tecniche e guidate porta spesso a perdere di lucidità. In questi momenti è facile inciampare in errori di navigazione, interpretando male una nota o prendendo il bivio sbagliato trovandosi a percorrere chilometri fuori percorso.

Dopo diverse ore di moto, la stanchezza richiama l’attenzione sul chilometraggio totale del trip che segna poco più di cento chilometri.

Mantenendo una media di 30 km/h ci si rende conto di avere ancora tantissima strada da fare e si spera che il tracciato di gara diventi più lineare e veloce per chiudere nel minor tempo possibile. Solitamente è così, le tappe molto lunghe sono ben equilibrate, con settori tecnici alternati a settori più scorrevoli e veloci, così da riuscire a trovare il tempo di recuperare le forze con velocità medie che passano i 50km/h.

Anche al terzo giorno di gara ci siamo ritrovati una tappa lunghissima da 300 km e le avverse condizioni meteo non ne hanno aiutato lo svolgimento. Per tutta la percorrenza si sono alternate zone con un terreno dalla buona aderenza ad altre che la pioggia ha reso estremamente viscide. Ne ha pagato le conseguenze il mio compagno di team, Alessandro Cavicchi, in testa alla classe 250, che per una banale caduta su fondo pietroso ha riportato la frattura dello zigomo ed è stato obbligato a terminare la gara prematuramente. Durante i rally raid lo sconforto emotivo si fa sentire dopo il terzo giorno.

Ci si sente bloccati e pesanti, l’acido lattico rende i muscoli duri e legnosi ed alzarsi alla mattina diventa un calvario. Una volta in moto tutto passa e si è nuovamente pronti a macinare centinaia di chilometri. Il day 4 (considerato quello di riposo), l’organizzazione ci spedisce sulla “montagna delle mucche”. Appena arrivato al controllo orario, rimango senza parole.

Lo scenario che mi si presenta davanti è spettacolare.
La speciale è diretta verso grandi alture ricoperte da un fitto manto d’erba che varia da colori di un verde intenso a sfumature più aride di un forte arancio. Sembrano soffici dune di sabbia, ma sotto quel tappeto erboso si nasconde l’inferno. Appena partito mi accorgo che il fondo è caratterizzato da grandi massi e rocce sparse completamente nascoste tra la vegetazione. è impossibile prendere velocità, la moto salta da tutte le parti e non si riesce a mantenere una linea retta.

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Non essendoci punti di riferimento la navigazione è molto simile a quella africana, con la direzione da prendere seguendo il CAP, cioè l’orientamento magnetico a bussola. La tappa, seppur corta, è entusiasmante e mi trovo immediatamente a mio agio, superando diversi piloti che vagano in modo confuso. Mi accorgo che altri piloti mi stanno seguendo in fila indiana.

Se da un lato mi diverte, dall’altro un po’ mi infastidisce facendomi perdere concentrazione.

La tappa è quasi al termine, siamo ancora in mezzo al nulla, ma in avvicinamento ad una strada ben marcata da raggiungere e seguire, il roadbook indica di aggirare un casotto abbandonato. Vedo tanti piloti tagliare immediatamente verso la strada, ma scelgo di continuare a “navigare” e cercare il collegamento corretto, pensando che l’organizzazione avrebbe penalizzato il taglio, confrontando le tracce GPS di ogni pilota, ma così poi non è stato. Seguendo la strumentazione sono incappato in un errore e finito in una gola in stile ErzbergRodeo dai massi che nascondeva e simpaticamente sono rimasto un paio di minuti a cercare di uscire da quella trappola. Imbocco la via segnata e completo la speciale molto in ritardo, ma comunque soddisfatto e carico di adrenalina.

Il giorno seguente si parte per la tappa marathon, direzione Bulgaria.

Le moto al termine del percorso non verranno toccate dai meccanici ed è indispensabile non fare errori. Prendiamo un lunghissimo tratto in costa su montagne ripide e altissime, raggiungendo quasi duemila metri. Il roadbook impone la velocità controllata non oltre I 70km/h, a causa di un pericoloso dirupo.

Il continuo passaggio dell’attenzione dalla guida al contachilometri è stressante, inoltre il bellissimo panorama non aiuta a rimanere concentrati; è qualcosa di impressionante ed è veramente difficile descrivere ciò che i miei occhi hanno avuto la fortuna di ammirare.

Completo la tappa Marathon da quasi cinquecento km senza grossi problemi ed al mio rientro a Serres sono felicissimo di sapere che Andrea Zambelli è ad un soffio dal podio Classe 300 cc e rimane da completare solo l’ultima tappa, la più complessa e selettiva, sia per il fondo particolarmente enduristico sia per la navigazione stretta “italian style”.

Questo mi conforta perchè nelle due tappe lunghe ho ridotto parecchio il passo ritrovandomi in quindicesima posizione assoluta e decima di classe 450 cc e lo sappiamo, nei rally raid può capitare di tutto e i giochi “sono finiti, quando sono finiti”.

La partenza dell’ultimo giorno inizia con la discesa di una gradinata in cemento per proseguire all’interno di un torrente tra ciottoli e sabbia. Gran parte del percorso è lo stesso della Six Days corsa nel 2008, ancora si vedono le fettucce attaccate agli alberi che inducono a errori invitando a seguire una direzione differente da quella indicata dal roadbook. Avanzo con difficoltà, la comprensione delle note diventa via via più ostica a causa dello stress dovuto dalla guida dura ed intensa. Il percorso passa da un settore molto navigato ad altri molto aperti, in cui la direzione va trovata spesso ad intuito. è indispensabile notare piccoli dettagli segnati sulle note come un grande masso, una fontana o un rudere, per non perdere la linea che collega i vari settori. Pur commettendo alcuni sbagli, non mi sono dato per vinto ed ho continuato a “martellare” il ritmo fino alla fine, completando il Serres Rally undicesimo assoluto e sesto di categoria 450 cc, superando all’ultimo giorno quattro concorrenti.

Anche Andrea, abituato alla navigazione stretta dell’Italiano rally, con un colpo di coda raggiunge la seconda posizione di classe 300, vinta da Matteo Mattioli, che dopo l’inizio un po’ incerto, ha mantenuto un buon passo costante per il resto delle tappe, portando a casa il grande risultato.

L’atmosfera del Serres Rally è stata particolarmente coinvolgente, ad ogni tappa i social network sono tempestati di post che riassumono i risultati di gara, accompagnati dalle foto spettacolari del nostro Alessio Corradini. Non manca il video riassuntivo giornaliero, realizzato da Svetlana Baranova, che aiuta a mantenere la motivazione e una buona carica di adrenalina.

La possibilità di rientrare sempre all’hotel Elpida permette di rigenerarsi ad ogni tappa, oltre alla comodità della vicinanza al paddock che si trova al parcheggio della struttura. L’organizzazione è sempre presente per qualsiasi evenienza, fornisce ogni pilota di due track GPS necessari sia per i tempi di gara, che per il fattore sicurezza, oltre ad essere sempre presenti mezzi di soccorso fuoristrada lungo il percorso di gara. Tutto questo abbracciato da una grande cordialità e solidarietà che ho trovato da sempre nell’ambiente del motorally e che personalmente adoro.

Se avete intenzione di provare un rally raid senza spendere un patrimonio e dallo stile un po’ enduristico e che vi porti al limite delle vostre capacità, il Serres è la scelta giusta, “portarlo a casa” è un trofeo importante che si aggiunge, senza ombra di dubbio, alle proprie esperienze di vita. ||

Testo: Michele Cotti – Foto: Alessio Corradini

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